Anisoara, Remus, Romolus, Anton, Valentin, Strugurel, Claudius, Norbert, Zolten, Aurentia, Malina, Dodo, Renata.
La Casa di strada iuliu maniu è grande, è molto bella e necessita
di riparazioni urgenti.
C’ è un terreno, ha bisogno di essere sistemato per diventare agibile, ma c’è.
A differenza dei bambini che abitano nella via i bambini di questa casa hanno un’altalena e uno scivolo per niente stabili, un piccolo trattore, una piscina di palline, tante costruzioni, tanti pentolini e spazio per giocare.
I bambini della casa hanno educatrici che si prendono cura di loro, che si confrontano con i regolamenti della casa, gli orari della casa, le loro mansioni, e con la patologia dei bambini.
La ricchezza delle educatrici è la capacità di accogliere i bambini per quello che sono, con tutte le loro caratteristiche, offrendo loro delle regole semplici, strumento effcace contro la minaccia dei comportamenti patologici dei bambini.
Questo è il minimo, le condizioni basilari, senza le quali una casa con 13 bambini con ridotte abilità sociali non potrebbe esistere.
Tuttavia, ad ogni turno, ci sono solo due educatrici disponibili per i bambini, oltre alla persona della cucina.
Per questo motivo i bambini, per la quasi totalità delle loro esistenze, vivono in casa e non hanno occasione di avvicinarsi alla “vita di fuori”, come sarebbe auspicabile per favorire la loro crescita (affettiva, intellettiva, fsica, sociale, etc. etc.)
La stessa vita in casa potrebbe essere più ricca e favorire il desiderio di rapporto in persone ferme in quello che io chiamo “oramai dell’insuffcienza mentale”.
Ci vorrebbero alcune ore, offerte da educatori esterni, per condurre progetti individuali, come piccole occasioni di rapporto. Qualcuno che dica: -Io sono qui, tu vuoi le mie mani per batterle una contro l’altra, va bene, ma proviamo a batterle, io le mie e tu le tue, in modo da suonare, insieme, ma autonomamente. Io aiuto te ad essere soddisfatto e tu aiuti me. chissà che non ti venga voglia di starci, al rapporto, di muovere il corpo e il pensiero, di uscire dalla stereotipia dell’oramai. Tu, bambino, diventi importante perché sei importante per me, adulto: mi fai stare bene, io rido con te, gioco, mi diverto, imparo. Io ti dico che sei capace di fare questo a me e anche di pensare: tu decidi se stare al gioco o rimanere lì dove sei.
Per alcune di questi bambini si può ancora marcare la differenza fra la prospettiva di una vita normale ( sociale, lavorativa ed affettiva) e l’istituzionalizzazione senza soluzione di continuità. Per gli altri anche. Perché sono bambini. Con i bambini non possiamo permetterci di dire “oramai”.
Marcella, al ritorno da Sighet. Ottobre 2008